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Dal 30/11 al 6/12 Evento di reclutamento online di Medici sul territorio nazionale

 

 

Dal 30/11 al 6/12 | Evento di reclutamento online di medici sul territorio nazionale

Sei un medico specialista o specializzando in cerca di nuove opportunità di carriera?

> Ecco la Digital Recruiting Week
#ProfessioneMedico

Settimana di reclutamento online di medici sul territorio nazionale.
L’evento di recruiting e orientamento online dedicato a medici organizzato da Sanipiù, Divisione Specialistica di Lavoropiù.

> Che cos’è la Digital Recruiting Week #ProfessioneMedico?

Si tratta di un EVENTO DI RECRUITING ONLINE GRATUITO, rivolto a medici specialisti o specializzandi interessati ad approfondire nuove opportunità lavorative su tutto il territorio nazionale.

Nel corso della settimana dedicata è stato possibile entrare in contatto diretto con i recruiters di Sanipiù, divisione specializzata di Lavoropiù SpA attiva nella ricerca, selezione e somministrazione di Medici, Infermieri, Operatori Socio Sanitari, Fisioterapisti, Educatori e altre figure paramediche da dedicare alle strutture sanitarie ed assistenziali, pubbliche e private.

APPROFONDIMENTI

> APPROFONDIMENTI

Un piano per rivoluzionare la Medicina territoriale arriva da FNOMCeO

Addio al “vecchio” medico di famiglia, che visita da solo nel suo studio, armato di sfigmomanometro, fonendoscopio e della sua esperienza di clinico: la medicina territoriale del futuro si farà in team multiprofessionali. E, portando i professionisti “al letto del paziente”, migliorerà la presa in carico degli assistiti.

È questa la visione della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCeO), presentata oggi pomeriggio in Audizione presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato dal suo Presidente, Filippo Anelli.

Una visione condivisa, nella sostanza, anche dal Ministro della Salute: “Vorrei che la parola chiave, la parola madre, del piano di investimenti sul Recovery Fund, fosse la parola ‘prossimità’, cioè ricominciare a pensare un Servizio Sanitario Nazionale prossimo, vicino, nell’immediatezza delle esigenze del cittadino” aveva anticipato Roberto Speranza il mese scorso, riferendo alle Camere sull’individuazione delle priorità nell’utilizzo del Recovery Fund. Detto, fatto: partono oggi al Senato, presso la Commissione Igiene e Sanità, le audizioni sull’“Affare assegnato sul potenziamento e riqualificazione della medicina territoriale nell’epoca post Covid (n. 569)”, relatore il Presidente della XII, Annamaria Parente. E, tra i primi attori ad essere ascoltati, c’è la FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici.

Che, da parte sua, non si è fatta trovare impreparata all’appuntamento: già il 15 luglio scorso, il Comitato Centrale aveva approvato il documento partorito dal gruppo di lavoro ‘Medicina territoriale’ del suo ‘Cantiere delle Riforme’: un piano articolato e complesso, che prende in esame criticità attuali e propone soluzioni possibili sui diversi versanti. Dalla medicina di famiglia alla continuità assistenziale, dalle Usca agli ospedali di comunità, dalla medicina scolastica alla formazione e al ricambio generazionale, la Medicina territoriale viene presa in esame in tutte le sue declinazioni.

Ed è proprio questo il testo che che è stato portato oggi in audizione dal Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli.

Appare necessario pensare ad una sanità territoriale “nuova”, ispirata ad una vision in grado di rispondere alla domanda di salute presente e futura del Paese, che possa essere realmente integrata da un punto di vista organizzativo sia al suo interno sia con le strutture ed equipe ospedaliere e che possa essere in grado di valorizzare le specificità di tutti i suoi attori, pur nelle diverse peculiarità, al fine di rispondere al crescente bisogno di salute della popolazione nel nostro Paese” afferma la FNOMCeO.

Che inizia la sua analisi dall’organizzazione attuale: diversa nelle varie Regioni ma accomunata da una logica ‘a silos’, che rende difficile il lavoro in team, l’interazione tra i professionisti, la sinergia delle competenze, e che è sostanzialmente passata indenne attraverso le varie riforme.

Come cambiare, allora?

Ferma restando la necessità di un riferimento definito a livello della catena delle responsabilità aziendali, riferimento da definire a seconda dei modelli regionali, ma più prossimo a un dipartimento di cure primarie – che coinvolge nei livelli direzionali i medici convenzionati – che a un distretto – propone la FNOMCeO. -L’organizzazione dovrà essere rafforzata rispetto alle modalità di lavoro più vicine alla realtà della popolazione, privilegiando un’integrazione tra le diverse figure professionali, più prossime per poter stabilire un reale rapporto fiduciario e che sia un riferimento diretto per i cittadini, definita nella sua unità di base che è quella del microteam”.

All’interno di tale modalità di lavoro diventa essenziale tener conto delle spinte motivazionali dei professionisti – esplicita ancora la Federazione – Il medico di famiglia ha come proprio obiettivo lavorativo il rapporto continuativo con il cittadino, con il quale stabilisce un rapporto di fiducia, con un approccio mirato non alla semplice intercettazione dei problemi, ma al “problem solving”. Il medico di medicina generale si rapporta con le altre figure professionali integrandosi con le loro specifiche competenze e autonomie. L’infermiere e l’assistente sanitario svolgono la funzione di “case manager” mentre al medico di medicina generale è attribuita la funzione di “clinical manager”. Tale funzione può essere svolta con efficacia con un approccio che veda la presenza dell’infermiere e dell’assistente sanitario come componenti di un microteam insieme al medico. In tal senso il rapporto di convenzione comune per tutti i professionisti del team appare il più rispondente a questo modello di presa in carico basato sulla condivisione di azioni, obiettivi, risultati anche economici rafforzato dal rapporto di fiducia con i propri pazienti”.

Lo specialista ambulatoriale interno deve integrarsi nel microteam, laddove possibile, in alcuni casi con presenze decentrate ambulatoriali e domiciliari, ordinariamente nei presidi territoriali, ma anche utilizzando gli strumenti di telemedicina, collaborando al telemonitoraggio e mettendo in campo una disponibilità non solo prestazionale, ma di presa in carico attraverso il rapporto continuativo “a tre” con il paziente e il suo medico di medicina generale” auspica ancora la FNOMCeO.

Che, per i pazienti cronici, propone un modello organizzativo articolato in quattro aree di presa in carico, secondo la loro stratificazione statistico-epidemiologica:

  • a) un’area per la gestione di uno strato della popolazione “sana o apparentemente sana” con un’attività di prevenzione, educazione e promozione della salute, a carico principalmente del Micro-team della medicina generale o pediatria di libera scelta, con la gestione delle cosiddette “acuzie semplici” attraverso una attività consulenziale da parte dello Specialista Ambulatoriale Interno, presso lo studio MMG, ambulatori o il domicilio,

  • b) un’area di presa in carico delle cronicità “semplici” sulla base di Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) di tipo specialistico territoriale attuabile sempre presso lo studio MMG/PLS, ambulatori o il domicilio,

  • c)  un’area della gestione della cronicità “complessa” di tipo prettamente specialistico territoriale per la gestione di pazienti complessi (cardiopatici, pneumopatici, neurologici, diabetici, ecc.) sul territorio che  non richiedano ricovero e  siano gestibili nell’ambito dei  percorsi strutturati di Cure Domiciliari, in RSA, ambulatori, presso Centri/Nuclei di Cure Intermedie e infine

  • d) un’area avanzata per casi gravi, terminali di cure palliative presso il domicilio (ADI/UOCP) Hospice, RSA o Nuclei dedicati (SLA, Alzheimer, ecc.)

Lo strumento elettivo per la realizzazione della presa in carico secondo tale modello è costituito dal Piano Assistenziale Individuale (PAI) elaborato dal Medico di Medicina Generale o dal Pediatra di Libera Scelta, con l’apporto delle necessarie consulenze specialistiche, monitorato individualmente e rimodulato secondo le necessità e le modalità evolutive del paziente, con il supporto degli adeguati mezzi tecnologico-digitali (electronic health records e telemedicina) particolarmente per le aree disagiate del Paese.

Altri target di intervento, la medicina scolastica, che, “organizzata e gestita dai Medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta, può essere presidio importante di prevenzione ed educazione sanitaria”. E poi, la continuità assistenziale, che andrebbe estesa anche alle ore diurne; l’esperienza maturata dalle Usca; gli Ospedali di Comunità, gli Hospice, le Rsa; le equipe specialistiche multiprofessionali; la telemedicina.

Infine, ma alla radice del tutto, la formazione e il necessario ricambio generazionale.

La scarsa disponibilità di MMG, dotati dei requisiti professionali necessari allo svolgimento dell’attività e l’importante ricambio generazionale in atto devono far prevedere un adeguamento degli accessi e delle relative borse di studio al corso di formazione specifica in medicina generale, tuttora insufficienti, da decidere in accordo con la FNOMCeO sulla base di un’accurata programmazione di demografia professionale – afferma ancora il documento -. Andranno equiparati i contenuti economici delle borse di studio a quelli previste per le specialità universitarie, anche attraverso meccanismi retributivi legati all’inserimento  in   convenzione  dei  medici del corso  di formazione specifica in medicina generale, compatibilmente con le esigenze dell’attività didattica e a integrazione della stessa”.

Sì, perché, secondo la FNOMCeO, la riorganizzazione del territorio passa anche e soprattutto dal riconoscimento della Medicina Generale quale disciplina specialistica a tutti gli effetti.

Fonte: fnomceo.it

VITA DA ANESTESISTA

Etimologicamente anestesia significa ridurre o abolire le sensazioni, cosa che, nel passato, era spesso associata ad incoscienza (prima dell’avvento dei farmaci ipnotici una maniera per eseguire piccoli e veloci interventi era quello di comprimere entrambe le arterie carotidi e far svenire il soggetto da operare). Oggi parliamo di anestesia per abolire la componente dolorifica, se necessario indurre ipnosi (sonno e incoscienza) e, sempre se necessario, rilassare la muscolatura; l’anestesista mira costantemente a mantenere la fisiologica omeostasi corporea (ovvero quell’equilibrio che il nostro corpo persegue mentre noi pensiamo ad altro: in altre parole far respirare e nutrire ogni singola cellula del nostro corpo). L’anestesia è quindi una specialità medica molto specifica e, lo posso dire per esperienza, molto poco compresa.

L’anestesista lavora un po’ ovunque: sul territorio con ambulanze, auto mediche o elicotteri arrivando in caso di incidenti o gravi situazioni mediche; in pronto soccorso per i casi più gravi, in sala operatoria assieme all’equipe chirurgica. In rianimazione per le cure di malati critici. In terapia del dolore per procedure invasive. In corso di procedure a rischio o là dove occorra incoscienza per permetter un esame, che sia esso una broncoscopia o una gastroscopia. In sala parto per lenire il dolore del travaglio. Insomma, là dove vi è un problema, l’anestesista arriva.

Ma qual è il pensiero comune nei confronti dell’anestesia?

Frequentemente una gran paura.

Circa l’80% degli intervistati rivela di avere paura di risvegliarsi durante l’intervento, paura di sentire dolore, paura di raccontare cose disdicevoli sotto l’effetto dei farmaci, paura di non risvegliarsi più dopo l’intervento, paura degli aghi o di rimanere disabile.

L’ansia perioperatoria viene molto ridotta attraverso il colloquio con l’anestesista: la fiducia ed il rapporto che si instaurano inducono tranquillità e questo ha benefici effetti in quanto riduce l’attivazione del sistema simpatico, riduce la quantità di farmaci necessari durante l’intervento nonché il dolore post operatorio.

 

Vero è che alcuni film non hanno aiutato ad avere fiducia nell’anestesia: chi ha visto “Awake, anestesia cosciente” avrà provato un brivido nel sapere che il giovane protagonista era paralizzato ma cosciente e in grado di percepire il dolore dell’intervento chirurgico. In termini più tecnici il paziente era curarizzato (il curaro, applicato dagli indios americani sulla punta delle loro frecce per paralizzare le prede e poi introdotto in ambito medico chirurgico, comporta una paralisi muscolare) mentre lo stato di coscienza e la percezione del dolore erano ancora ben attivi. Questo fenomeno, ben noto nel mondo dell’anestesia, viene chiamato “awareness” intraoperatoria e, oltre a non essere per nulla piacevole – visto che il paziente percepisce voci, ed eventualmente percepisce dolore e prova panico – causa successivamente problemi psicologici che si manifestano come disturbi del sonno e paura di sottoporsi ad ulteriori anestesie. Questo problema accade soprattutto in chirurgie quali quella cardiaca (nel film il protagonista era sottoposto ad un trapianto cardiaco) e nell’ambito dell’ostetricia, dove dare pochi farmaci è una priorità per preservare il nascituro, nelle chirurgie d’emergenza dove lo stato critico del paziente induce ad utilizzare meno farmaci e nei soggetti che hanno storie di abuso di sostanze, in quanto diventano meno sensibili all’azione dei farmaci anestetici. Ad oggi il fenomeno persiste probabilmente con un’incidenza pari a 1-2 casi su mille anestesie generali condotte, nonostante i farmaci e i dispositivi utilizzati di routine, decisamente meglio rispetto agli anni ’70 dove il fenomeno era dieci volte più frequente.

Fonte: corriereitalianita.ch

Come un ospedale australiano guarda al futuro dell’assistenza sanitaria

Entrando nel Royal Adelaide Hospital, di recente costruzione, sarebbe facile per chiunque dimenticare di essere in una struttura ospedaliera e questo è uno dei principi che definiscono il futuro dell’assistenza sanitaria: la guarigione incentrata sull’uomo.

La luce che si riversa attraverso un atrio di vetro a due piani all’ingresso principale accoglie i visitatori. Mentre attraversano l’ospedale, fotografie di paesaggi del sud dell’Australia e opere d’arte aborigene punteggiano i corridoi. I medici contemplano il loro lavoro sulle terrazze all’aria aperta e i pazienti fanno esercizio fisico nei giardini del cielo. Flotte di robot consegnano pasti personalizzati, biancheria pulita e strumenti chirurgici in tutta la struttura.

Questo ospedale non è solo una meraviglia tecnologica, è un’opera d’arte. Potrebbe sembrare il sogno di un architetto, ma è già una realtà per migliaia di medici e pazienti australiani.

Il Royal Adelaide Hospital ha aperto nel settembre del 2017, sostituendo – e superando di gran lunga – la versione precedente. Oggi conta 800 posti letto e 40 sale operatorie che servono 85.000 pazienti ricoverati e 400.000 ambulatoriali all’anno. L’enorme struttura è costata 1,9 miliardi di dollari USA e si estende per tre isolati, il che la rende il progetto edilizio più costoso di sempre in Australia e il terzo più costoso al mondo.

Tecnica con un tocco umano

 

Dalla tecnologia all’avanguardia, al design efficiente, all’approccio incentrato sul paziente, l’innovazione è il tema che lega Adelaide e che è al centro del futuro dell’assistenza sanitaria.

Una tecnologia di livello mondiale assicura che ogni paziente riceva un’assistenza ottimale, consentendogli di fare tutto, dalla scelta dei propri pasti utilizzando un sistema computerizzato in camera, alla ricezione dei farmaci attraverso gli armadietti di erogazione di una farmacia automatizzata. Amici e familiari dei pazienti possono muoversi in ospedale senza stress utilizzando chioschi con schermo tattile che stampano indicazioni personalizzate.

L’ospedale ha sfruttato la “tecnologia verde” per ridurre del 50% le emissioni di gas serra, compresi gli impianti a risparmio energetico, l’ottimizzazione della luce naturale e la raccolta dell’acqua piovana.

I vantaggi dell’innovazione tecnologica si estendono ben oltre le mura dell’ospedale: le strutture di teleassistenzasanitaria fanno sì che l’assistenza di Adelaide si estenda a zone remote e rurali, dove i residenti potrebbero non avere accesso a strutture di standard simili.

Una progettazione efficiente fa risparmiare tempo e vite umane

 

In un ambiente ospedaliero, un minuto o due possono fare la differenza tra la vita e la morte. Per questo motivo, il design innovativo di una grande struttura medica come il Royal Adelaide Hospital può salvare migliaia di vite ogni anno.

Quando i pazienti arrivano al pronto soccorso, vengono portati immediatamente in uno dei 70 cubicoli individuali (sostituendo le tende utilizzate nei Pronto Soccorso tradizionali), eliminando il tempo trascorso in una sala d’attesa.

Le unità di terapia intensiva sono sovrapposte per ridurre i tempi di trasporto dei pazienti, compresi i servizi vitali come le trasfusioni di sangue. Grazie ai sollevamenti rapidi, qualsiasi parte dell’ospedale è accessibile in meno di due minuti.

Le porte senza contatto, soprattutto nei bagni, migliorano il livello di igiene impedendo ai pazienti di entrare in contatto con le maniglie delle porte. Gli operatori automatici delle porte a battente e scorrevoli consentono ai pazienti di spostarsi con facilità in tutto l’ospedale grazie alle stampelle o alle sedie a rotelle. Le stesse porte intelligenti, abbinate a sistemi di sicurezza automatizzati, possono anche proteggere i pazienti che non possono muoversi in modo sicuro in tutto l’ospedale da soli o che rischiano di tentare di uscire non accompagnati.

Mettere il paziente al centro

Molti ospedali in tutto il mondo si occupano principalmente delle esigenze dei medici o degli amministratori. Ad Adelaide, tuttavia, il viaggio del paziente verso la salute è al centro di ogni fase della cura.

Infatti, ogni paziente soggiorna nella propria camera con le finestre che si aprono per far entrare aria fresca e bellezze naturali. Ogni camera ha un letto da giorno, in modo che ogni persona che si occupa del pernottamento possa soggiornare senza compromettere il comfort.

Mettere il paziente al centro significa prendersi cura di tutti coloro che gli orbitano intorno. La mensa si apre su un grande anfiteatro all’aperto dove medici, infermieri e ricercatori possono riunirsi e collaborare. Ci sono quasi quattro ettari di parchi paesaggistici e spazi verdi interni, tra cui oltre 70 cortili, terrazze e giardini celesti. Tutti all’ospedale hanno accesso a servizi come una banca, un ufficio postale, una palestra, ristoranti e un centro di assistenza all’infanzia.

Dotato delle più recenti innovazioni, l’Adelaide Royal Hospital dà un’idea di come sarà il futuro dell’assistenza sanitaria: incentrato sul paziente, innovativo e curativo. La sua esistenza è la prova che la medicina moderna e flessibile non è una chimera; è già una realtà che aspetta di diffondersi in tutto il mondo.

 

Fonte Dormakaba.com

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